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Capoarea UMBRIA Street Team di DRAKE BELL



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Komm Und Hilf Mir Fliegen

I capelli castani di quella giovane ragazza ondeggiavano ad ogni suo movimento, mentre scendeva di corsa le scale si muovevano sinuosi come delle onde e si appoggiavano delicatamente alle sue spalle facendole il solletico sulla pelle. I raggi del sole che filtravano dalla finestra le donavano qualche dolce riflesso color miele sulle punte, e mettevano nei suoi occhi marroni una luce quasi azzurra che li illuminava sorprendentemente. Andava di fretta la giovane ragazza, scendeva correndo le scale e lasciando che il sole dell’alba illuminasse la sua carnagione chiara e le gote appena arrossate di uno sprizzo di adrenalina. Teneva stretta tra le mani una valigia quasi più grande di lei, che a dirla tutta, era una ragazza bassa e mingherlina, una piccola donna in miniatura che con quel bagaglio alla mano era pronta ad affrontare il mondo. Megan, ma anche Meggie o Meg per gli amici, era una 16enne di Taranto che era riuscita a strappare un si ad i suoi genitori per una vacanza studio in un college, d’estate, in Germania. Si, proprio lei che non sapeva nulla del tedesco, avrebbe passato un mese intero lassù, nel centro di Magdeburgo in una scuola prestigiosa e con ragazze di tutto il mondo. Scuola femminile, si potrebbe dire.
Megan arrivò alla porta d’ingresso e si lisciò i capelli con una mano, frettolosa, aprì e si diresse verso il taxi che l’aspettava, impaziente, in fondo al viale di casa. L’autista le sistemò il bagaglio nel retro e lei si affrettò ad aprire la portiera e sedersi comoda, cercando la cintura di sicurezza. Sarebbe stata sola, in Germania, nessuno che conosce, nessuno che l’avrebbe giudicata, semplicemente lei e altre persone che poi non avrebbe rivisto mai più. Partì così la corsa del taxi verso l’aeroporto, mentre i suoi pensieri correvano e correvano veloci e indipendenti nelle strade più buie della sua mente. Appena riconobbe l’aeroporto pagò il tassista, scese al volo dalla vettura e si riappropriò trionfante della valigia enorme, con il biglietto stretto tra le labbra e la carta d’identità infilata nel taschino della camicia. Il fatto era che improvvisamente la sua città iniziava a starle stretta, tutta l’Italia le stava stretta, e sentiva un grande bisogno di evadere e lasciarsi il passato dietro, lasciare la realtà che aveva sempre vissuto alle spalle, partendo così, con una meta improvvisata e casuale per una vacanza che non avrebbe mai dimenticato.
La luce del sole si stava alzando in cielo e faceva risplendere le vetrate dell’aeroporto, nel leggero chaos delle sette di mattina iniziavano i primi atterraggi e le prime partenze della nuova giornata. Provò ad ascoltare i discorsi di altre ragazze e ragazzi che erano là in quel momento ma nessuno di loro menzionò nemmeno di striscio l’argomento Magdeburgo, soltanto una era diretta in Germania, ma a Berlino. Evitò di perdersi in chiacchiere inutili e si accomodò su una di quelle poltrone blu messe in fila che attendevano vuote di confortare qualcuno con la loro semplice e astratta compagnia.
Man mano che il sole saliva i capelli di Megan diventavano di un color miele caldo, scuro e opaco ma tendente al colore dell’oro puro, con gli occhi che catturavano quei raggi di sole e li sprigionavano in lievi venature azzurre. Finalmente la chiamata del suo volo per Milano. Da lì avrebbe cambiato volo, verso la sua vera destinazione, Magdeburgo. Si alzò pigramente, guardò insicura il suo biglietto e poi si decise, e a piccoli e incerti passi si diresse verso il gate.

Non aveva mai volato prima d’ora, e adesso si ritrovava vicina ad una ragazza che era arrivata da un piccolo volo di Palermo, Stefania. Non si conoscevano, e non sembravano interessate l’una all’altra. Megan le sedeva di fronte, la scrutava con gli occhi mentre l’altra, rilassata, si tormentava una ciocca dei suoi capelli ondulati e biondo paglia senza alzare lo sguardo dal suo libro. Megan si arrese, si aggrappò ben al sedile e si allacciò la cintura di sicurezza. In soli dieci minuti, puntuale come non mai, l’aereo decollò. Non era una sensazione poi così spiacevole per essere il suo primo volo. Un fischio fastidioso nelle orecchie e una certa nausea, ma presto l’aereo era stabile e lei poté togliersi quella cintura stretta e mettersi ad ascoltare la musica con l’iPod. Le piaceva disperdere i sensi nelle canzoni in riproduzione casuale, le piaceva essere cullata da quella musica che l’accompagnava fin da bambina altrettanto come quella che aveva scoperto solo pochi mesi fa. Ascoltava di tutto, quello che la modalità random sceglieva a lei andava più che bene, era una sorta di predizione del futuro che il suo amico elettronico le dava ogni volta che la accompagnava in un viaggio. E in quel momento, l’iPod aveva scelto per lei “Why Don’t You And I” suonata da Santana e cantata da Alex Band. Dolce e orecchiabile, aveva un testo preso da un romanticismo improvviso, narrava con realismo una storia di due persone che si incontrano per caso e subito sentono le farfalle nello stomaco, il tipico colpo di fulmine insomma. E per una delle due persone è la prima volta che quel sentimento la travolge quindi è presa da improvvisa paura e insicurezza, ma anche dalla tipica atmosfera rosa che si vede nei cartoon, con la testa tra le nuvole, timidezza al massimo e quindi “Perché io e te non stiamo insieme, così potremo vivere insieme per sempre”. Su quelle note, chiuse gli occhi e cercò di immaginare se quella sarebbe davvero potuta essere la colonna sonora del suo mese in Germania. Il pensiero di innamorarsi di qualcuno non la sfiorava minimamente, sapeva che poi avrebbe sofferto quindi lasciò passare quella canzone come se niente fosse, e appena finì, spense l’iPod. Sorrise al suo piccolo compagno di viaggio e mormorò a bassa voce “ti sbagli piccolo”, ma forse il tono di voce non era basso come si era immaginata perché Stefania alzò la testa dai fogli del suo libro e le fece un sorriso con quelle sue labbra rosa confetto e sottili, perfette e profumate. Le tese la mano così, improvvisamente, come se avesse in un istante trovato una persona che le andava a genio. Megan alzò gli occhi e le strinse la mano con un po’ poco entusiasmo, ma ricambiò il sorriso a quella ragazza che era praticamente il suo opposto. Capelli così chiari da fare paura, viso dai lineamenti perfettamente femminili e pelle bianchissima, occhi azzurri segnati da un filo di matita e un po’ di ombretto rosa per catturare meglio le persone nel suo sguardo magnetico. E lei invece, in confronto aveva i capelli scuri, un taglio ridicolo e alternativo, corto sulla nuca e lungo fin sotto il seno per quanto riguarda le due ciocche di capelli che le ricadevano soffici sulla maglietta ai lati del viso. Gli occhi erano profondamente segnati di nero e le labbra, più carnose e scure, delineavano perfettamente quel visetto che aveva una forma leggermente più arrotondata di quello della ragazza di fronte. “Stefania – disse dandosi un po’ di arie e muovendo i capelli indietro – Tu come ti chiami?” la sua voce era dolce e aggraziata, quel tipo di voce che si vedrebbe bene solo sulle dive di Hollywood, o le cantanti, quelle voci sottili e puramente femminili che distinguevano la maggior parte delle ragazze bionde dal resto del mondo. “Megan.” Rispose brevemente lei cercando in quegli occhi blu qualcosa che non andasse. Di solito riusciva a trovare sempre qualcosa di sbagliato in queste persone che sembravano perfette, ma in lei non riusciva a trovare niente. Dentro di se voleva chiederle come mai le aveva rivolto la parola all’improvviso ma evitò pensando che magari non era una cosa così educata. Arrossì pensando che l’aveva sentita parlare con l’iPod e quasi in risposta a quel pensiero la bionda si sporse in avanti su quel piccolo tavolino di plastica che le divideva e vi appoggiò delicatamente i gomiti facendole uno di quei sorrisi sinceri che fanno passare ogni dubbio sulla vanità. “Cosa stavi ascoltando?” chiese Stefania chiudendo il libro e mettendolo in uno zainetto che aveva direttamente ai suoi piedi. Megan arrossì di nuovo e le disse il titolo della canzone. Stefania si stranì un po’, come era possibile che una ragazza così giovane l’ultima cosa che desiderasse da una vacanza era innamorarsi? Restò per qualche altro attimo pensierosa e poi le rivolse un altro sorriso spontaneo e simpatico. “Sai, - iniziò a dire prendendo il suo iPod dallo zaino – il mio non sbaglia mai, nemmeno un istante della mia vita.” Si allungò ancora di più verso Megan su quel tavolino e le mostrò il display. “Ancora non l’ho fatta la prova per questa avventura.”, lo accese e lo mise in riproduzione casuale. La prima canzone sarebbe stata quella della sua estate, o almeno quella del suo viaggio. “Our Lives, The Calling” esclamò fiera alzando il volume e appoggiandosi allo schienale. “C’è una ragione se siamo qui.” Bisbigliava a occhi chiusi. “Questi sono i giorni che vale la pena di vivere Megan, dobbiamo far uscire il meglio dalle nostre vite, anche se la nostra fiducia verso il mondo non è più la stessa, non c’è niente infondo che può fermarci. E poi dài, abbiamo in comune Alex Band, tu versione solista e io nel gruppo. Che vuoi di meglio? Sta dicendo a entrambe la stessa cosa, sarà un estate bellissima, sei tu che non vuoi lasciarti andare.”
Megan era a dir poco stordita da tutto quel discorso ma la lasciò continuare affascinata.
“E come ti ho detto, il mio iPod non sbaglia un colpo.” Iniziò così a fare la lista delle canzoni che le avevano previsto il futuro, di quelle che l’avevano fatta soffrire e di quelle che avevano accompagnato le sue avventure d’amore.

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view post Posted on 8/1/2009, 20:39Quote
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Passarono un po’ di tempo a parlare della musica, di quello che amavano e di quello che odiavano, dei concerti e dei sacrifici intrapresi negli anni precedenti per vedere il proprio idolo a due metri da loro, cantare con lui la colonna sonora di una vita e poi lasciare che il palco lo inghiottisse di nuovo per non lasciarlo mai più alla luce dei comuni mortali.
“Magdeburgo vero?” disse Stefania dopo una breve pausa, indicandole il biglietto blu che aveva appoggiato all’angolo del tavolino. Megan annuì con un mezzo sorriso, più rilassata di prima, e Stefania prese dalla borsa il suo biglietto, stringendosi nelle spalle e sospirando soddisfatta. “Anch’io.” Disse appoggiandolo accanto a quello della nuova amica.
Continuarono a parlare con l’intento di conoscersi meglio, e tra le tante sorprese che Stefania riservava a Meg c’era anche quella che avrebbero frequentato lo stesso college.
“La tua famiglia?” disse Megan incerta della domanda, visto che era strano che la ragazza non le aveva ancora parlato di genitori, zii, sorelle o fratelli. “Oh giusto, - iniziò lei – mi hanno adottata quando avevo 6 anni, vivo con papà e mamma da 10 anni ormai e non ho mai conosciuto i miei veri genitori. Non ho sorelle o fratelli, né naturali per quel che ne so io, né adottivi.” Stefania fece un sorriso riprendendo tra le dita una ciocca di capelli e rimettendosi contro il sedile con il suo iPod.

“Hey Meggie, svegliati” quella voce leggera come il vento la stava lentamente riportando alla realtà, e quando Megan aprì gli occhi l’aereo era fermo e con le porte aperte, mentre con un rumore stridulo le scalette si stavano allungando verso l’asfalto e il marasma di voci si faceva più forte. Dopo aver cambiato volo a Milano, la stanchezza si era fatta sentire e si erano addormentate entrambe, ma Stefania, che ha un certo sesto senso per gli orari, si era svegliata 10 minuti prima dell’atterraggio, aveva legato la sua compagna di viaggio completamente addormentata e ora la stava richiamando al mondo reale con delicatezza. “Che ore sono? Dove siamo?” chiese ancora frastornata Megan.
“Sono le tre del pomeriggio, e benvenuta a Magdeburgo!” disse l’altra con un grido d’allegria. Scesero velocemente dall’aereo e una volta recuperati i bagagli ed effettuato il check out dall’aeroporto, afferrarono una mappa della città e un paio di frullati ed uscirono alla scoperta di quel mondo totalmente nuovo e diverso. Guardarono le case, i palazzi, le poche piante e tutto quello che si estendeva attorno a loro, come in un sogno, come in una realtà parallela, o in un mondo alieno.
“Bene, bene – sentenziò Stefania – noi siamo qui!” e puntò il dito sulla cartina indicando una strada di circa due silometri da percorrere per arrivare al college. Megan per la gran parte del tempo restava in silenzio e la ascoltava, tutto quel parlare della sua amica la stava rilassando e non sentiva nemmeno il dovere di aiutarla a trovare i biglietti per il metrò: era una biondina tutto fare e senza scrupoli, proprio il contrario di quello che l’aspetto perfettamente curato suggeriva. In cinque minuti era riuscita a procurarsi un paio di tickets e un'altra cartina, stavolta dei sotterranei della metropolitana. Scesero una fila infinita di scalini tempestati di granito, lucidi e scivolosi, finché raggiunsero la loro fermata appena in tempo per prendere il metrò. Salirono sul mezzo che veloce sfrecciò via, Megan si era seduta mentre Stefania proseguiva in piedi con la sua cartina, controllando velocemente le fermate effettuate e quanto mancava al momento in cui sarebbero dovute scendere. In pochi istanti era il loro turno, Megan si alzò di scatto quando vide la sua amica schizzare via dalle porte del metrò e la raggiunse sbirciando la cartina della città e la sua espressione soddisfatta e vittoriosa. Poi, con un gesto che si vede solo nei film americani, Stefania puntò un dito innanzi a sé e mosse i capelli indietro dicendo a voce abbastanza alta in modo da attirare l’attenzione “Casa!”. Megan seguì la direzione del dito con gli occhi e vide un edificio alto e stretto, di un marrone scuro e caldo che si stagliava nel cielo della città per diversi metri, finché dovette abbassare lo sguardo perché aveva le vertigini. L’ingresso era adornato da una piccola tendina rosso bordeaux con una scritta in stile Liberty che era quasi impossibile da decifrare, ma andando per esclusione le ragazze capirono che si trattava di “Vacation College”. Più che di una scuola per ragazze di altri Paesi sembrava proprio un Hotel a cinque stelle, con tanto di piante e fiori rosa all’ingresso e la porta girevole e dorata, a specchio. Si guardarono indecise e alla fine si infilarono in uno spicchio di quella strana porta e la spinsero camminando, quando finalmente si aprì innanzi a loro la grandissima sala con la reception. Dietro il bancone, la figura di una donna grassa e simpatica sporgeva appena, con un sorriso buffo sulle labbra e gli occhi truccati di azzurro, i capelli neri a baschetto, lisci e profumati. Salutarono in inglese, le passarono i loro documenti e prenotazioni varie, i numeri dei genitori o scuole che le avevano spedite fin lì e alla fine, con un bel sorriso ampio e amichevole, la donna restituì il tutto dicendo loro di aspettare un attimo nella Hall. Le ragazze si sedettero su una poltrona di pelle bianca e iniziarono a sfogliare una rivista presa dal tavolino di vetro che stava al centro. La donna si avvicinò a loro e ricominciò a parlare inglese con quel suo accento strano. “Ragazze scusate per la grande attesa ma non potete andare in camera solo voi due, devono arrivare altre persone e poi vi do la chiave. Intanto se avete bisogno state comode e chiedete pure e me, io sono Lori, lieta di fare la vostra conoscenza.”
Megan sorrise e disse con voce incerta che quel college aveva tutta l’aria di essere un Hotel. Lori sorrise di nuovo e spiegò che alcune camere, ma solo quelle più grandi e in pieno stile suite, erano usate come Hotel per le persone più abbienti che decidevano di soggiornare lì. Mentre si facevano dare una terza mappa, stavolta dell’edificio, e si facevano spiegare qualche semplice regola, ecco che la porta si mosse ancora, ed entrarono sicuri come se fossero a casa propria, sotto lo sguardo incredulo delle due ragazze, i Tokio Hotel. Lori si avvicinò di nuovo al bancone e rispose ai loro sguardi stanchi con un “Bentornati” appena sussurrato e prese quattro chiavi dalla bacheca appoggiandole sul bancone. Bill le prese tutte in mano e si avvicinò all’ascensore, seguito nel totale silenzio dagli altri. Come se niente fosse successo, Lori tornò tra le poltroncine a parlare con le ragazze, che erano rimaste a bocca aperta fisse nella direzione dell’ascensore che si stava richiudendo portandosi via il gruppo di amici.
Lori si aspettava forse domande indiscrete, esclamazioni strane o urla isteriche, ma Stefania si ricompose subito e con un sorriso più spontaneo disse “Tanto a me non piacciono neanche un po’.” E si aggiustò la maglietta con una mossa veloce delle mani. Megan invece aveva qualche dubbio per la sua testolina spinosa, quindi non poté fare a meno di chiedere qualcosa al riguardo: “Ma non hanno casa qui vicino?”
“Vedi, si, ma uno scandalo del giorno di ieri li ha portati a doversi allontanare dal loro paesetto e nascondersi qua.” La voce di Lori era bassa e soave, quasi come se si stesse confessando. Si avvicinò di più alle due ragazze curiose e raccontò lo scandalo del quale erano stati accusati i gemelli Kaulitz il giorno prima.
“Tutti i giornali titolavano Scandalo In Casa Kaulitz, Tom Si Droga E Violenta Il Fratello. Ma non credo sia successo davvero, li conosco da un po’ e Tom non si è mai drogato nonostante abbia quel caratteraccio, e tanto meno avrebbe abusato di Bill, però i media sono infuriati quindi resteranno qua per qualche settimana, fin quando le acque si saranno calmate e la Universal sistemerà tutto.”
Stefania si lasciò sfuggire una risatina isterica e Meg rimase a guardare il pavimento confusa, stupita, e ansiosa di prendere quell’ascensore. La porta girevole si mosse ancora, Lori e le ragazze sobbalzarono sulle loro poltroncine ma si ricomposero subito: niente di allarmante, altre due compagne che stavano entrando. “Bene aspettavamo solo voi” disse Lori raggiungendo di nuovo la sua scrivania, prendendo i documenti delle giovani e chiamando anche Stefania e la timida amica Megan. Sorrise di nuovo la cordiale donna e le presentò dando loro una chiave per una camera del sesto piano.
“Megan e Stefania sono dell’Italia e hanno 16 anni.” E le indicò amichevolmente. Poi si rivolse alle italiane e presentò le altre due. “Loro sono Taji, Giapponese di 14 anni, e Jasmine, Spagnola di 17 anni.” Le quattro si guardarono un attimo negli occhi con scetticismo, Stefania restò con le mani appoggiate sui fianchi e quella posa da modella che la distingueva dalle altre, mentre Megan stava più intimidita dietro l’amica bionda con le mani in tasca e la sua valigia accanto, cercando di non dare troppo nell’occhio.
Jasmine era una ragazza alta e magrissima, poco seno, pelle color nocciola e occhi grandi e verdi, i capelli erano raccolti in un comodo chignon dietro la nuca, e riempiti di forcine per tenere a bada anche i più corti. Era vestita con una tuta nera coordinata alle sue valigie, borsetta da sera Dolce & Gabbana e lo smalto smeraldo richiamava di nuovo l’attenzione ai suoi begli occhi. Taji era bassa, la più bassa delle quattro, i capelli neri con un taglio a caschetto e gli occhi a mandorla circondati di eye liner e mascara. Sembrava più grande della sua età, nonostante fosse bassa in quel modo. Lori si allontanò e Jasmine afferrò la chiave della camera e il programma della settimana. Si fece largo tra le altre con una mossa veloce della mano e arrivò per prima nell’ascensore. Taji entrò con lei, e appena fu dentro premette il tasto del loro piano e le porte iniziarono a chiudersi. Stefania riuscì a infilarsi dentro appena in tempo guardando con disprezzo le due coinquiline per non averla aspettata; le porte si chiusero definitivamente e Megan restò a guardare l’ascensore andarsene senza di lei.

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view post Posted on 18/2/2009, 19:05Quote
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Oddio interessante!
E sei bravissima '-'
Non avevo mai letto una cosa simile...
Davvero bella!

 
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Capoarea UMBRIA Street Team di DRAKE BELL



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CITAZIONE (Bubble_Shaking @ 18/2/2009, 19:05)
Oddio interessante!
E sei bravissima '-'
Non avevo mai letto una cosa simile...
Davvero bella!

Grazie ^^
Andrà molto per le lunghe, per ora sono 11 pagine di word.

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Quando la continui? *-*

 
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CITAZIONE (L i z z i e @ 24/4/2009, 19:10)
Quando la continui? *-*

Quando ho tempo XD

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