Passarono un po’ di tempo a parlare della musica, di quello che amavano e di quello che odiavano, dei concerti e dei sacrifici intrapresi negli anni precedenti per vedere il proprio idolo a due metri da loro, cantare con lui la colonna sonora di una vita e poi lasciare che il palco lo inghiottisse di nuovo per non lasciarlo mai più alla luce dei comuni mortali.
“Magdeburgo vero?” disse Stefania dopo una breve pausa, indicandole il biglietto blu che aveva appoggiato all’angolo del tavolino. Megan annuì con un mezzo sorriso, più rilassata di prima, e Stefania prese dalla borsa il suo biglietto, stringendosi nelle spalle e sospirando soddisfatta. “Anch’io.” Disse appoggiandolo accanto a quello della nuova amica.
Continuarono a parlare con l’intento di conoscersi meglio, e tra le tante sorprese che Stefania riservava a Meg c’era anche quella che avrebbero frequentato lo stesso college.
“La tua famiglia?” disse Megan incerta della domanda, visto che era strano che la ragazza non le aveva ancora parlato di genitori, zii, sorelle o fratelli. “Oh giusto, - iniziò lei – mi hanno adottata quando avevo 6 anni, vivo con papà e mamma da 10 anni ormai e non ho mai conosciuto i miei veri genitori. Non ho sorelle o fratelli, né naturali per quel che ne so io, né adottivi.” Stefania fece un sorriso riprendendo tra le dita una ciocca di capelli e rimettendosi contro il sedile con il suo iPod.
“Hey Meggie, svegliati” quella voce leggera come il vento la stava lentamente riportando alla realtà, e quando Megan aprì gli occhi l’aereo era fermo e con le porte aperte, mentre con un rumore stridulo le scalette si stavano allungando verso l’asfalto e il marasma di voci si faceva più forte. Dopo aver cambiato volo a Milano, la stanchezza si era fatta sentire e si erano addormentate entrambe, ma Stefania, che ha un certo sesto senso per gli orari, si era svegliata 10 minuti prima dell’atterraggio, aveva legato la sua compagna di viaggio completamente addormentata e ora la stava richiamando al mondo reale con delicatezza. “Che ore sono? Dove siamo?” chiese ancora frastornata Megan.
“Sono le tre del pomeriggio, e benvenuta a Magdeburgo!” disse l’altra con un grido d’allegria. Scesero velocemente dall’aereo e una volta recuperati i bagagli ed effettuato il check out dall’aeroporto, afferrarono una mappa della città e un paio di frullati ed uscirono alla scoperta di quel mondo totalmente nuovo e diverso. Guardarono le case, i palazzi, le poche piante e tutto quello che si estendeva attorno a loro, come in un sogno, come in una realtà parallela, o in un mondo alieno.
“Bene, bene – sentenziò Stefania – noi siamo qui!” e puntò il dito sulla cartina indicando una strada di circa due silometri da percorrere per arrivare al college. Megan per la gran parte del tempo restava in silenzio e la ascoltava, tutto quel parlare della sua amica la stava rilassando e non sentiva nemmeno il dovere di aiutarla a trovare i biglietti per il metrò: era una biondina tutto fare e senza scrupoli, proprio il contrario di quello che l’aspetto perfettamente curato suggeriva. In cinque minuti era riuscita a procurarsi un paio di tickets e un'altra cartina, stavolta dei sotterranei della metropolitana. Scesero una fila infinita di scalini tempestati di granito, lucidi e scivolosi, finché raggiunsero la loro fermata appena in tempo per prendere il metrò. Salirono sul mezzo che veloce sfrecciò via, Megan si era seduta mentre Stefania proseguiva in piedi con la sua cartina, controllando velocemente le fermate effettuate e quanto mancava al momento in cui sarebbero dovute scendere. In pochi istanti era il loro turno, Megan si alzò di scatto quando vide la sua amica schizzare via dalle porte del metrò e la raggiunse sbirciando la cartina della città e la sua espressione soddisfatta e vittoriosa. Poi, con un gesto che si vede solo nei film americani, Stefania puntò un dito innanzi a sé e mosse i capelli indietro dicendo a voce abbastanza alta in modo da attirare l’attenzione “Casa!”. Megan seguì la direzione del dito con gli occhi e vide un edificio alto e stretto, di un marrone scuro e caldo che si stagliava nel cielo della città per diversi metri, finché dovette abbassare lo sguardo perché aveva le vertigini. L’ingresso era adornato da una piccola tendina rosso bordeaux con una scritta in stile Liberty che era quasi impossibile da decifrare, ma andando per esclusione le ragazze capirono che si trattava di “Vacation College”. Più che di una scuola per ragazze di altri Paesi sembrava proprio un Hotel a cinque stelle, con tanto di piante e fiori rosa all’ingresso e la porta girevole e dorata, a specchio. Si guardarono indecise e alla fine si infilarono in uno spicchio di quella strana porta e la spinsero camminando, quando finalmente si aprì innanzi a loro la grandissima sala con la reception. Dietro il bancone, la figura di una donna grassa e simpatica sporgeva appena, con un sorriso buffo sulle labbra e gli occhi truccati di azzurro, i capelli neri a baschetto, lisci e profumati. Salutarono in inglese, le passarono i loro documenti e prenotazioni varie, i numeri dei genitori o scuole che le avevano spedite fin lì e alla fine, con un bel sorriso ampio e amichevole, la donna restituì il tutto dicendo loro di aspettare un attimo nella Hall. Le ragazze si sedettero su una poltrona di pelle bianca e iniziarono a sfogliare una rivista presa dal tavolino di vetro che stava al centro. La donna si avvicinò a loro e ricominciò a parlare inglese con quel suo accento strano. “Ragazze scusate per la grande attesa ma non potete andare in camera solo voi due, devono arrivare altre persone e poi vi do la chiave. Intanto se avete bisogno state comode e chiedete pure e me, io sono Lori, lieta di fare la vostra conoscenza.”
Megan sorrise e disse con voce incerta che quel college aveva tutta l’aria di essere un Hotel. Lori sorrise di nuovo e spiegò che alcune camere, ma solo quelle più grandi e in pieno stile suite, erano usate come Hotel per le persone più abbienti che decidevano di soggiornare lì. Mentre si facevano dare una terza mappa, stavolta dell’edificio, e si facevano spiegare qualche semplice regola, ecco che la porta si mosse ancora, ed entrarono sicuri come se fossero a casa propria, sotto lo sguardo incredulo delle due ragazze, i Tokio Hotel. Lori si avvicinò di nuovo al bancone e rispose ai loro sguardi stanchi con un “Bentornati” appena sussurrato e prese quattro chiavi dalla bacheca appoggiandole sul bancone. Bill le prese tutte in mano e si avvicinò all’ascensore, seguito nel totale silenzio dagli altri. Come se niente fosse successo, Lori tornò tra le poltroncine a parlare con le ragazze, che erano rimaste a bocca aperta fisse nella direzione dell’ascensore che si stava richiudendo portandosi via il gruppo di amici.
Lori si aspettava forse domande indiscrete, esclamazioni strane o urla isteriche, ma Stefania si ricompose subito e con un sorriso più spontaneo disse “Tanto a me non piacciono neanche un po’.” E si aggiustò la maglietta con una mossa veloce delle mani. Megan invece aveva qualche dubbio per la sua testolina spinosa, quindi non poté fare a meno di chiedere qualcosa al riguardo: “Ma non hanno casa qui vicino?”
“Vedi, si, ma uno scandalo del giorno di ieri li ha portati a doversi allontanare dal loro paesetto e nascondersi qua.” La voce di Lori era bassa e soave, quasi come se si stesse confessando. Si avvicinò di più alle due ragazze curiose e raccontò lo scandalo del quale erano stati accusati i gemelli Kaulitz il giorno prima.
“Tutti i giornali titolavano Scandalo In Casa Kaulitz, Tom Si Droga E Violenta Il Fratello. Ma non credo sia successo davvero, li conosco da un po’ e Tom non si è mai drogato nonostante abbia quel caratteraccio, e tanto meno avrebbe abusato di Bill, però i media sono infuriati quindi resteranno qua per qualche settimana, fin quando le acque si saranno calmate e la Universal sistemerà tutto.”
Stefania si lasciò sfuggire una risatina isterica e Meg rimase a guardare il pavimento confusa, stupita, e ansiosa di prendere quell’ascensore. La porta girevole si mosse ancora, Lori e le ragazze sobbalzarono sulle loro poltroncine ma si ricomposero subito: niente di allarmante, altre due compagne che stavano entrando. “Bene aspettavamo solo voi” disse Lori raggiungendo di nuovo la sua scrivania, prendendo i documenti delle giovani e chiamando anche Stefania e la timida amica Megan. Sorrise di nuovo la cordiale donna e le presentò dando loro una chiave per una camera del sesto piano.
“Megan e Stefania sono dell’Italia e hanno 16 anni.” E le indicò amichevolmente. Poi si rivolse alle italiane e presentò le altre due. “Loro sono Taji, Giapponese di 14 anni, e Jasmine, Spagnola di 17 anni.” Le quattro si guardarono un attimo negli occhi con scetticismo, Stefania restò con le mani appoggiate sui fianchi e quella posa da modella che la distingueva dalle altre, mentre Megan stava più intimidita dietro l’amica bionda con le mani in tasca e la sua valigia accanto, cercando di non dare troppo nell’occhio.
Jasmine era una ragazza alta e magrissima, poco seno, pelle color nocciola e occhi grandi e verdi, i capelli erano raccolti in un comodo chignon dietro la nuca, e riempiti di forcine per tenere a bada anche i più corti. Era vestita con una tuta nera coordinata alle sue valigie, borsetta da sera Dolce & Gabbana e lo smalto smeraldo richiamava di nuovo l’attenzione ai suoi begli occhi. Taji era bassa, la più bassa delle quattro, i capelli neri con un taglio a caschetto e gli occhi a mandorla circondati di eye liner e mascara. Sembrava più grande della sua età, nonostante fosse bassa in quel modo. Lori si allontanò e Jasmine afferrò la chiave della camera e il programma della settimana. Si fece largo tra le altre con una mossa veloce della mano e arrivò per prima nell’ascensore. Taji entrò con lei, e appena fu dentro premette il tasto del loro piano e le porte iniziarono a chiudersi. Stefania riuscì a infilarsi dentro appena in tempo guardando con disprezzo le due coinquiline per non averla aspettata; le porte si chiusero definitivamente e Megan restò a guardare l’ascensore andarsene senza di lei.
